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Il Mare Antico

 Storia e archeologia 
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LE ROTTE Sin da epoca antichissima, almeno a partire dalla fine del III millennio a. C., le coste del Cilento sono toccate dalla navigazione che dalle isole Eolie e dallo stretto di Messina si spingevano nel medio Tirreno. Queste prime "rotte" erano condizionate dai fattori naturali, che avevano un peso determinante, quali i riferimenti visivi sulla costa e le correnti marine superficiali. Una di queste, che nasce dalle isole Eolie e tocca la Punta degli infreschi, a sud di Camerota, ha determinato in epoca storica i primi contatti, che sono testimoniati da vasellame d’impasto prodotto nelle Eolie rinvenuto all’interno della Grotta del Noglio, in prossimità di Camerota. Le correnti superficiali determinano anche i naufragi che sono, pertanto, gli indicatori principali dei transiti navali, così come le zone di secche. Ciò che è determinabile sia dai relitti che dagli aspetti idrografici, è confermato anche dalle fonti letterarie che, sebbene per un’epèoca più recente, il III sec. a. C., testimoniano le modalità della navigazione dalla Sicilia verso il Lazio (Polibio e Dionigi di Alicamasso). GLI APPRODI Nell’antichità la foce dei fiumi costituisce l’approdo per eccellenza sia per la possibilità di rifornirsi d’acqua dolce sia per la possibilità di venire in contatto con le genti dell’interno. Le foci dei tre grandi fiumi che attraversano il Cilento, Sele, Alento e Bussento vedono le prime presenze greche in questa area a partire dall’età arcaica. E’ qui che si organizzano le colonie di Poseidonia, Elea e Pyxous, e si attrezzano gli ancoraggi, dei quali, tuttavia, non abbiamo alcuna testimonianza archeologica diretta. Se, da un lato, infatti, abbiamo le fonti letterarie che ci testimoniano di porti, dall’altro sappiamo che sono ben rari in epoca greca gli ormeggi attrezzati, poiché la maggior parte delle navi mercantili e da guerra era tratta in secco. Per questo, erano valorizzate le lagune costiere, inutilizzabili per la marineria moderna, ed i cordoni dunali. In linea generale sappiamo che il livello del mare Tirreno in età greca era più basso di circa tre metri rispetto all’attuale, mentre in età romana era più basso di circa un metro. Tuttavia, la linea di costa era meno avanzata di quella attuale. Gli approdi attrezzati in quest’area sono documentati solo a partire dall’età romana. A Sapri e S. Marco di Castellabate sono infatti ancora visibili i resti di due moli costruiti con gettate di calcestruzzo idraulico all’interno di casseforme. Il molo di Sapri era verosimilmente a servizio di una lussuosa villa marittima attiva dalla fine dell’età repubblicana sino alla piena età imperiale, mentre per quello meglio conservato di S. Marco è ipotizzabile una funzione di scalo di rifornimento per la flotta Misenate. LE ANCORE I recuperi subacquei più o meno occasionali, nel tratto di mare tra Punta degli Infreschi a sud e Punta Tresino a nord, ci hanno restituito nel corso degli anni un gran numero di ancore che ben esemplificano i tre tipi principali usati nell’antichità. Sappiamo infatti che le ancore più antiche erano in pietra, dapprima non lavorate e poi sagomate a tronco di piramide, provviste inizialmente di un solo foro per la fune e successivamente di tre (come nel caso dell’esemplare esposto), di cui quello superiore per la fune e i due fori inferiori per l’inserimento di elementi di legno atti a migliorare la presa sul fondo. La data dell’introduzione dell’ancora di tipo moderno si fa generalmente risalire al VII sec. a. C.. In età classica essa è costituita da una trave di legno con due marre alla base ed in alto un ceppo, ad esse perpendicolare, che nelle prime ancore è ancora in pietra. Il gruppo più cospicuo di ancore rinvenute al largo delle coste cilentane è costituito da marre e contromarre in piombo riferibili per lo più ad età romana. Tra le ancore recuperate, per lo più riferibili a relitti isolati, particolare interesse riveste il gruppo di ceppi rinvenuti nel 1967 tra S. Marco di Castellabate e Punta Licosa. Tra essi, alcuni presentavano numerali e lettere a rilievo, riferiti verosimilmente al peso del metallo in libbre e alla tipologia dell’imbarcazione, altri decorazioni a rilievo, ed uno in particolare reca il nome forse di un famoso personaggio che fu console nel 90 d. C.. LE ANFORE L’anfora è il più comune dei reperti subacquei, che spesso permette anche di individuare la provenienza e la destinazione della nave che la trasportava. D’altro canto è proprio grazie alle anfore che si conserva il fasciame delle imbarcazioni, compattato dal peso del carico. La forma canonica delle anfore da trasporto (un puntuale, un collo distinto dal bordo, una pancia più o meno affusolata e due robuste anse) comincia a definirsi nel corso dell’ VIII sec. a. C. e , con variazioni continue pressocchè ad ogni generazione, è in uso fino a circa il XIII sec. d. C. La forma di per sé serviva ad individuarne il contenuto, che consisteva generalmente in vino, olio salsa di pesce, miele frutta in composta, bitume. La capacità medie delle navi onerarie, in epoca augustea, era di poco più di 300 tonnellate, equivalenti a circa 10.000 anfore. Frequenti sulle navi erano anche i carichi misti, di anfore e grandi contenitori (dolia), come i due esemplari esposti, che arrivavano a d una capacità di 2000 litri. I RELITTI La tradizione letteraria è ricca di riferimenti a naufragi lungo le coste del Cilento, a partire da quello più famoso di Palinuro, nocchiero di Enea, che nel racconto di Virgilio sarebbe caduto in mare nei pressi dell’omonimo capo. Lo storico Polibio, vissuto nel II sec. a. C. menziona il naufragio della flotta romana nel 253 a. C. di ritorno dall’Africa, sempre al largo di Capo Palinuro, mentre Appiano e Velleio Patercolo descrivono il naufragio di gran parte della flotta di Ottaviano, alla fine del I sec. a. C. nel tratto di mare tra Palinuro e Velia. Pur se forte appare la suggestione di attribuire alcuni dei rinvenimenti occasionali effettuati lungo le coste del Cilento a questi naufragi ’storici’, di fatto, ad oggi non vi sono elementi sufficienti che ne confermino la pertinenza. GLI UFFICIALI DELLA FLOTTA IMPERIALE Il molo semisommerso di S. Marco di Castellabate, pur se parzialmente inglobato dalle moderne strutture portuali, costituisce la testimonianza più consistente di un approdo strutturato, riferibile ad epoca romana, lungo le coste del Cilento. Pur tuttavia resta sino ad oggi topograficamente indefinito il centro abitato di riferimento, da ubicarsi evidentemente nelle immediate adiacenze. Suggestiva è l’ipotesi di identificare il centro antico di S. Marco con Herculam o Herculia, località riportata sulla cartografia tardo antica immediatamente a sud di Paestum. I suoi ritrovamenti si trovano dell’Antiquarium presso il Castello dell’Abate Castellabate
 
 
 
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